Un po’ di ipocrisia ci vuole.

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L’EXPO è la cosa più grande capitata a Milano dal 1906 ad oggi. Cioè dall’altra EXPO.
È importante quindi che la Darsena sia trafficata, piena di gente, piena di Vodafone e piena di giubbetti di salvataggio griffati sulle moto d’acqua.

In metro, tra Udine e Porta Genova, al sabato trovi gente che va in Darsena, grazie all’Expo.
Una donna sui quaranta vestitino nero scarpe nere capelli neri tinti, a gambe nude, appoggiata al sostegno come se tenesse lei in piedi lui e non viceversa. Un norvegese o finlandese o comunque vichingo-di-sangue, petto in vista appena sotto la maglietta, vene sul braccio tese come se tirasse un argano invece che un trolley.
E questi due culi nei jeans slavati, miracolo biondo del fu-socialismo-reale.
E una madre giovanile con i piercing sul naso e i capelli evidentemente di qualcun altro.
E un marocchino con una riga rosso antico all’altezza dei capezzoli, sudati.
Un bambino che dorme e suo fratello che fa i capricci in braccio alla mamma.
La mamma che ha gli occhi neri dove possono essere neri e gialli dove possono essere bianchi.
E due attrici e ballerine che parlano di come si sciolgono i piedi prima di camminarci coi tacchi.

Un po’ di francese-inglese-Kappa-Haspirate-ruggiti e qualcosa d’altro.

E molti iPad, MacBook, iPod.
Una cartina di Milano.
Un dizionario tedesco-italiano.
Un violino, una cassa svalvolata, un microfono.

Nessun giornale.

E in tutto questo muoversi per andare in Darsena in occasione della grande EXPO, c’è un signore quasi fermo. Tutto fermo tranne gli occhi.
Pantaloni chiari sulle scarpe da passaggio, una polo blu e un giacchino di pelle scamosciata. Odore di colonia e buona volontà.
Un accenno di rasata modernità sulla nuca, sotto i capelli bianchi.

Gobbo come se stesse stiracchiandosi il collo.
Vorrebbe sorridere dei ragazzi della mamma dei culi, ma gli riesce a metà, e resta quindi con la bocca aperta e sghemba.
Gobbo come se gli stessero tirando il naso mentre gli cinturano il petto da dietro.
Chissà cosa ci capisce di iPod, MacBook, iPad.
Gobbo come chi si aspetta un colpo.
Se potesse chiedere aiuto, credo, lo farebbe, con quegli occhietti che schizzano a sinistra e a destra e in alto e in basso manco fosse un roditore circondato dalla disinfestazione.

Poi a un certo punto, in tutto quel muoversi per vedere l’EXPO, l’unica cosa che si muove è quel signore. Succede quando scende. Si vede la fatica che fa nel passare tra il marocchino, le americane e i nordici, quando si alza alla fermata sbagliata. Sbagliata perché non è in Darsena, non è in centro, non è neppure vicino ai padiglioni. Si vede come lui, che magari se ne torna a casa, si muove fuori tempo, controtempo, stonato.
Si vede come non sarebbe previsto, nell’andare all’EXPO, che si scenda qui. Altrove.
E si vede dal suo passo svelto che è un sollievo averlo fatto. Essere sceso. Allontanarsi da quel mondo lì in movimento, ma in movimento con tempi, lingue e direzioni che lui neppure aveva visto in TV, figuriamoci per strada durante una passeggiata.
Si vede il sollievo di averlo fatto, questo pezzo di strada nel movimento, e per un po’ non doverlo fare più. Per un bel po’.

Un po’ di ipocrisia ci vuole, giusto?
Quindi… È importante l’EXPO. Ed è bella l’EXPO. Ed è grande l’EXPO.

Grande da far paura.

 


 

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