Una perfetta sconosciuta

Stazione affollata ma non troppo, con quel silenzio brulicante che capita alle persone uscite da un teatro o da un cinema.

A forse due metri da me balbetta sui tacchi come su una poesia mandata a memoria in un’altra era, il vestito incolpevolmente crudele con l’adipe accumulato negli ultimi sei-sette anni.

La tinta è un ricordo sui capelli troppo radi per la loro permanente, il profumo così insistente da coprire il mio stesso sudore persino da questa distanza.

Qualcuno senza pensare la sfiora mentre la caviglia gonfia da chissà quante passeggiate cede nel tranello di una grata.

Uno stridìo da uccello le trattiene la bestemmia dietro alle mani di rossetto sbavato – vecchia abitudine da collegio delle Orsoline di salvarsi l’anima per educazione – mentre la mano libera dalla borsa agita lo smalto giovanile in un vezzo di indomita seduzione.

Mi allungo, appena in tempo per sorreggerla da una caduta che i suoi riflessi stanchi avevano già evitato. Ho la mano sul suo braccio, nudo, ruvido, morbido.
Incrociamo le gambe in un balletto un po’ troppo sgraziato persino per quel palco improvvisato che è la fermata di San Babila.

Al mio

Signora

gira le ciglia troppo cariche di rimmel e corruga la fronte di un niente, come se non ricordasse la risposta giusta, o pensasse a quella sbagliata per la situazione.

Ma prima che la lasci

Sorride.

La sua felicità è perfetta.