C’era una volta l’hamburger.

Da Calimero G.

Non dico fosse la mia vita, questa, ma la mia paga sì.

BurgerSciogliere le mani. Allungare bene le falangi, chiuderle senza far schioccare le nocche, tendere le cartilagini. C’è il tempo per farlo tenendo il cestello delle patatine nella sinistra, anche se il protocollo dice di usare due mani. Ma i manager non stanno sempre a guardare me, per fortuna.
Pesare l’indice come il mignolo, il pollice come l’anulare, il medio come gli altri, anche se verrebbe da picchiarlo più forte. Sensibilità alzando con la punta delle dita gli hamburger congelati, in quei 30 secondi tra il congelatore e la piastra.

32 anni. Una moglie e una bambina, coi capelli di sua madre e gli occhi come i miei: verdi.
Disoccupato.
Me lo aspettavo, studiando musica, di restare disoccupato.
Al massimo non mi aspettavo di lavorare così tanto in un Mac Donald’s.

All’inizio non mi sembrava una buona idea. Troppo vicino al conservatorio, e questa cosa… Come la chiamiamo? Orgoglio? Imbarazzo? Paura?
Insomma, quello che si prova a rivedere un professore, o un compagno, o uno che era qualche anno dietro di te, quando lui fa il musicista e tu no. Questa cosa qui mi frenava.
Questa e la fantasia.
Dialoghi di fantasia.

“Faccio ancora gli esercizi, sai? Sciogliere le mani, allungare bene le falangi…”

“Sì, anche io sto spesso coi colleghi di altri Paesi…”

“No, niente smoking. La polo. E il cappellino.”

Poi la verità è che non ho mai visto nessuno, del conservatorio, venire qui al Mac in San Babila. Non ci venivo neppure io, quando ero là. Troppo popolare. Troppo lurido. Troppo volgare. Meglio una piadina al volo. Un’insalata.
Che le carote costano come il filetto, ma andava bene lo stesso. Alla peggio meglio digiunare, fingendo di restare a ripassare sgranocchiando un pacchetto di cracker nascosto tra gli spartiti. Ma nella testa la paura c’era. Ed era come fossero veri, i dialoghi.

Insomma, tutta questa fantasia che quasi lo perdevo prima di averlo, il posto.
Per fortuna c’era la realtà. Aveva quasi un anno, all’epoca, la realtà. E già aveva gli occhi verdi. Grazie alla realtà il posto l’ho accettato, quando mi hanno chiamato. Un buon posto. Certo: non è suonare. Ma suonare cosa vuol dire? Un concerto al mese. Dieci matrimoni all’anno. Una messa cantata per una pizza offerta dal parroco.
Il Mac è regolare. Coi contributi. Il tipo di posto che adesso per un po’ dovrei avere l’ASPI, e per un po’ tiriamo avanti così.
Non so se avrebbero dovuto dircelo prima. Qualcuno pensa così, e si è arrabbiato. Vuole manifestare. Qualcuno dice che dovremmo spaccare tutto. Per questo posto qua.

Io non ho manifestato quando non mi hanno tenuto in conservatorio.

Come faccio a manifestare adesso?

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20 luglio 2015 – Chiude, senza preavviso neppure per i dipendenti, lo storico Mac Donald’s di Piazza San Babila, a Milano.

 

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