Conte Rosso non avrai il mio scalpo

Arrivavano tutte da qui. Più o meno.

Lambretta

Il quartiere Lambrate ha dato il nome alla Lambretta della Innocenti. Uno magari non ci pensa, ma è così: la Lambretta la costruivano e la assemblavano qui, alla periferia di Milano. E da queste parti c’era anche la Faema, quella delle macchine del caffé, che sponsorizzava i ciclisti al giro d’Italia. Di industrie ce n’erano un sacco, a dire il vero. Era tutto un capannone, da Conte Rosso fino alla tangenziale.

Dove ci sono le fabbriche ci sono gli operai. Letteralmente, questo era un quartiere di operai. Tutti i vicini si alzavano più o meno alla stessa ora, bevevano lo stesso caffé, leggevano gli stessi giornali, commentandoli ad alta voce negli stessi bar per le stesse orecchie. Andavano in chiesa, se ci andavano, nelle stessa chiesa, giocavano a carte e ascoltavano i dibattiti politici nelle stesse sale pubbliche, tirando probabilmente le stesse bestemmie (per i credenti un peccato, per i non credenti un artificio retorico) tanto per un re di ori tirato troppo presto che per un ministro delle finanze uscito troppo tardi.

Ora: dire che gli operai siano tutti di sinistra fa molto secolo scorso, quindi mi astengo. Però che qui il socialismo significasse qualcosa è naturale. Stessa vita. Stessi problemi. Stessa formazione. Il quartiere era sociale. Ma sociale mica per partito preso: per necessità.

I macchinari che facevano le Lambrette sono finiti in India. Li ha comprati lo Stato indiano, credo negli Ottanta. Come emigranti, quando qui non hanno avuto più nulla da fare sono finiti all’estero, a prestare onorevole servizio. I capannoni sono rimasti, invece. Abbandonati o ristrutturati o sventrati per farci studi di design e scuole e uffici, ma sono ancora più o meno lì a dividere le strade.  Agli operai, alla fine, è andata peggio: quasi nessuno si è trasferito in India. O anche solo in Piemonte, se è per questo. Sono più o meno rimasti qui, loro e le  loro famiglie, nelle case acquistate in pieno boom, ma nessuno ha pensato di ristrutturarli. O di sventrarli. Sono qui a cercare di re-impiegarsi da soli, da una trentina d’anni. Che sono un sacco, per una persona. Anche per una capannone, sia chiaro, ma per una persona è peggio.

Peggio perché, in trent’anni, le abitudine cambiano, e se non c’è qualcosa di fortemente aggregante come la fabbrica, le persone si perdono. Ci si sveglia a orari diversi, per andare in posti diversi, con persone diverse. Si diventa estranei. Non si bestemmia neppure più alla stessa maniera, visto che nel frattempo nel quartiere sono arrivati arabi, rom, cinesi.
Il socialismo è più difficile tra persone diverse.

– Quando sono arrivato a Milano, nel quartiere, ho affrontato un disagio, dice Fabrizio, tra i fondatori della pagina facebook Residenti a Lambrate, promotori dell’omonimo gruppo. Era il disagio dell’ultimo arrivato, dell’estraneo, del nuovo. Ma ho scoperto che non ero l’unico a provare qualcosa del genere.

– L’esperienza che volevo portare qui era quella delle social street. Insomma, un gruppo di persone che vivono nello stesso posto, e che quindi si danno una mano, anche piccola.
Sembra niente, ma anche sapere se il tal idraulico fa prezzi eccessivi è un bell’aiuto.

2015-02-01 Lambrate Conte Rosso

Viene fuori che la socialità non ha nulla a che fare con la destra e la sinistra. Ha a che fare coi problemi e col tentativo di risolverli.

Siamo apolitici. Anzi: apartitici. Ci sono già alcuni esponenti di questa o quell’ala che ci puntano, ma noi siamo chiari: abbiamo bisogno di affrontare insieme problemi comuni. E ce ne sono un sacco. Problemi che non dipendono dal colore. Dallo schieramento. Dalla tessera. Ma se ti lamenti da solo, non fai nulla, e i problemi rimangono. Invece come gruppo riusciamo a farci ascoltare. Abbiamo più peso. Siamo più efficaci.

Residenti di Lambrate non è un’associazione. Non in senso giuridico, almeno.
– Non serve uno statuto: basta la voglia di stare insieme. Di fare una esperienza sociale. Ho trovato persone che ci sono state, e abbiamo realizzato qualcosa insieme. Una festa. Un mercatino. Poi ci sono delle regole, ovviamente. E dei ruoli. Io, per esempio, mi occupo più o meno della moderazione della pagina. Ma il punto è che viviamo nello stesso posto, e quindi, pur facendo cose diverse, abbiamo molto in comune.

Anche se le fabbriche non ci sono più, ci sono ancora le persone, insomma. E alle persone stare insieme tutto sommato piace.