Neanche un Godzilla per chiacchierar.

Un altro che ha perso la testa per l’Expo. Ma mica in senso buono.

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Questo dinosauro di plastica stava felice dalle parti di Via Leoncavallo. Aspettava di fare qualcosa. O forse aveva appena finito di provare a fare qualcosa. In ogni caso, è evidente che non se la passi troppo bene con questa città.

Chi si ricorda gli anni spensierati in cui un altro mostro di plastica distruggeva un’altra città, Tokio? Beh, forse non erano così spensierati, quegli anni, visto che il Giappone usciva con le ossa bruciate dalla Seconda Guerra Mondiale e si era appena beccato le uniche due armi nucleari mai piovute sulla testa di qualcuno. Però, forse per quello, erano anni di sogni. Il genere di sogni che diventano in fretta miti.

 

Haruo Nakajima era uno di questi miti. Haruo_Nakajima_2013

Ed è uno dei Giapponesi più temuto dell’universo. Almeno se si crede alle sceneggiature.

Certo, senza abito di scena magari non lo riconoscete. Se non altro gli manca la coda. Comunque lui è il Godzilla originale. Anzi: il Gojira, come si chiama in giapponese. Del suo costume oggi ci sono migliaia di riproduzioni di tutte le dimensioni. Ma lui aveva il primo. E all’epoca era un prodigio della scenografia e della costumistica. L’ultimo ritrovato. Il futuro. Il futuro di cinquanta anni fa, ma sempre il futuro. Lui è quello che ci ha sudato dentro, nel costume, ci ha lavorato, ci si è impegnato. E lo ha fatto, eroicamente, con l’intenzione di far sognare alcuni milioni di persone che avevano ben poco per cui sognare.

Oggi a Milano i giapponesi che abbiamo freschi in mente sono altri: quelli che (non) abbiamo visto nel padiglione dell’EXPO. Con Nakajima hanno in comune la questione della coda -ok, questa era facile- e l’essere all’avanguardia, il futuro. Il futuro fi oggi, non di cinquant’anni fa.

Milano con Tokio, quella Tokio là degli anni Cinquanta, invece, ha in comune il fatto che non c’è troppo da stare allegri. Oddio, non è che ci siano piovute addosso le bombe, per amor del cielo. Però la guerra sembra sempre dietro l’angolo. I soldi sono sempre troppo pochi. Le persone sono piuttosto scontrose. Certamente più scontrose rispetto ai giapponesi, a giudicare da quello che hanno fatto alla testa del dinosauro di plastica.

La cosa che penso abbia in comune Milano con quella Tokio là, poi, è la voglia di sognare. Ecco, nonostante tutto, credo che l’Expo sia stato un tentativo di sognare. E che un sacco di ragazzi abbiano sudato, corso e faticato quasi come Nakajima per mantenere in piedi tutta quella baraccata.

Non so se diventeranno mai dei miti, ma di certo si meritano anche loro un grazie.