Tra amici. Indegnamente. Ma tra amici.

Arrivato, dopo lunghe attese. È quello sul bianco, in mezzo. Si è messo subito a far bisboccia con alcuni amici. Molto gentili a fargli posto, gli amici.

C’è il mio nome sopra.

Neppure; Milanese30giorni; Neil Gaiman

Siccome scrivo, ho scritto un romanzo. Che fantasia.

Eppure non è una cosa che venga naturale, scrivere romanzi. Almeno non a me. Anzi: ci ho fatto proprio una fatica pazzesca. E un po’ di acidità. E un po’ di imbarazzi, ci ho fatto. Perché va bene scrivi, va bene racconti e ti racconti di scrivere per mestiere, va bene te lo dicono pure che sai scrivere. Ma un romanzo non è una storia che si scrive. Non nel senso in cui si scrive un post. O uno status su FB. O un articolo, anche. Il romanzo è il tipo di storia che si costruisce. Nel senso proprio di tirarlo su. Come un muro. Come una casa. Come una città. Con la tastiera, e il correttore, e i refusi che si nascondono alla millesima rilettura dietro alla convinzione di averli corretti. Come Milano.

500_F_78545339_HCNtUSJdeQuPEBfI4K6yY9KIGqBQtFu1 Come Milano, appunto.

Mattone. E mattone. E mattone di nuovo. Capitolo. Pagina. Frase.
Palazzo. Strada. Quartiere.
Struttura. Aggettivo. Maiuscole e minuscole.

Palazzo che cambia la faccia di una strada e di un quartiere. Epifania in metropolitana su una pagina di Maugham che ti fa venir voglia di riscrivere una sezione. O di cambiare una scena. Di allungarla, stracciarla, cambiarla di posto. La metropolitana e i (bei) libri degli altri hanno un effetto travolgente sulle città e sui romanzi.

Insomma, eccolo. Neppure. Una piccola storia di Milano. Una piccola storia in una grande città. Una piccola storia che quasi non si vede nella grande nebbia.

Una storia senza Duomo. Senza Madonnina. Senza via Montenapoleone.
Ma con Lambrate. Udine. Maciachini.

Una storia piccola storia della piccola Milano.

Un piccolo libro tra gli amici di carta di una vita. Indegnamente.

Lietamente.

Evviva.


 

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