Lasciate che i rifiuti vadano a lui.

Dove finiscono i cellulari dopo che abbiamo finito di pagarli a rate?
Qui. O almeno dovrebbero.

Cassonetto_Milanese30giorni_giardiniMontanelli

 

Cassonetto per il recupero di rifiuti elettronici, attualmente e fino al 20 maggio 2016 nei Giardini Montanelli, ovvero a Porta Venezia. Invece di tenerlo a far polvere sullo scaffale più alto o di buttarlo nell’indifferenziato, il fidato S2 puoi portarlo qui.

Insieme al phon, al monitor che fa solo bianco e nero, alle casse che gracchiano.

 

Detto così fa molto cimitero degli elefanti, credo. Una ultima-generazione sopra l’altra, lì dentro si incontreranno, si mescoleranno, si sedimenteranno asciugacapelli e iPhone, cristalli liquidi assortiti, orologi da polso, caricabatterie. Tutti in giostra sul cerchio della vita, che si potrebbe meglio dire della morte, ma si rischierebbe la depressione. Alla fine non ne verrà compost, ma un po’ di sano riciclo di plastiche e conduttori probabilmente sì.

Sarà imbarazzante per un iPhone farsi schiacciare da un Telefunken RGB?
Mi sa di sì. Il tipo di imbarazzo che si ha a vedere un parente in mutande. O il collega a cui hai fatto le scarpe. Quell’imbarazzo lì.

Perché quel cassonetto è l’imprevisto traguardo di un sacco di corridori, partiti in momenti diversi ma impegnati nella stessa gara: quella contro il non sentirsi abbastanza.

Possibilenonavereilplasma e Figuratisemitengoil3èuscitoil5 Questononhail6Gbuttare.

Ogni sei mesi. Ogni tre mesi. Tre settimane.
Sempre qualcosa di nuovo. Qualcosa di nuovo. Di nuovo. Non è una questione di utilità. L’iPhone 5S non è più utile del 5, insommaNon si tratta di desiderio e neppure di consumo. Questo è il luogo comune più vecchio del marketing, ovvero degli ultimi sessanta anni. Piuttosto, c’entrano il fiato, l’orgoglio e l’attesa del traguardo. Come in una gara.
Sempre dietro alle mode per non restare indietro rispetto al vicino, allo zio, al compagnuccio di calcetto. Quello che corre con noi da sempre, o quasi.

La gara è iniziata negli anni Sessanta, quelli del boom, e alcuni corridori sono ancora in pista, seppur malmessi. Il “cosa si compra” conta fino a un certo punto. Utilitaria. Stereo. Condizionatore. Tablet. GoogleGlass. Ogni oggetto è, nella testa di chi lo acquista, il cambio di passo, lo sprint, l’allungo. Quel Telefunken a colori, spinta e fuga oramai ripresa, macinata e lasciata indietro dal gruppo, era anche lui un cugino primo dell’ultimo melafonino, che oggi ci sembra lo sforzo finale per arrivare in testa e domani invece finirà in coda al gruppo, anche lui al suo traguardo di rottamazione. Sì, perchè in questa gara qui l’unico traguardo vero è smettere di correre. Con buona pace di quelli che sono abituati a tagliare il nastro.

A me l’inadeguatezza calza bene. Ci sono sensibile, la noto, ne parlo. Direi che è uno dei temi a cui sono più legato, in un qualche modo che appunto non ho ancora gli strumenti per analizzare a fondo.

Ecco, questo cassonetto qua non è un simbolo di inadeguatezza: al contrario. Una bella idea per una bella città.

Quello che ci finisce dentro però racconta i chilometri di inadeguatezza, gli anni di inadeguatezza, i chili di inadeguatezza persi e riacquistati in questa maratona. Racconta che qualcosa è di troppo, o storto, o fuori sesto da tanto, tanto tanto tempo

Raccontano una specie di morale, quel melafonino schiacciato dal tubo catodico che neppure aveva sentito nominare. La morale del diventare qualcosa d’altro, perdendo di vista quello che si era. La morale del riciclo, cioè.

Oggi, che siamo tutti green, non si può chiedere di meglio.

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