Badminton, Quidditch e Lambrate.

Vedi cosa capita a lavorare a Lambrate. Finisci in una partita di Quidditch.

Badminton_Lambrate

Che poi sarebbe il volano. O badminton. Ma le somiglianze sono innegabili, cara amica J.K. Rowling. Basta mettere di fianco un boccino d’oro e un volano.

badminton-volano                  Boccino_quidditch

 

Beh, io neppure so chi siano le giocatrici. Tecnicamente parlando, sto violando la loro privacy pubblicando qui questa foto. Ma in effetti ho la coscienza tranquilla, perché il permesso di fotografare gliel’ho chiesto.

È andata così: passeggio in Lambrate, sono in anticipo e mi guardo in giro. Siamo intorno all’ora di pranzo, e supero questo cortile, all’interno di un palazzo tutto ristrutturato che quasi non si vede che era una fabbrica, a parte per un vago senso di storia e i soffitti certamente altissimi.

Tok.
Tok.
Opsmancata.

Tud, o comunque il rumore attutito che fa la gomma quando cade sull’erba vicino ai vostri piedi. Raccolgo, sentendomi ancora studente&bambino&sottilmente partecipe come tutti quando si tratta di guardare da bordo campo qualcun altro che gioca.

– Gli mancano le ali. Ci credo che non vola questo boccino.

– A dire il vero ne ha troppe.

– Giusto.

Lo lancio verso la prima ragazza, quella in pantaloni neri. Lo prende al volo. Mi chiede se sono di qualche studio, indico dove sto andando con sufficiente vaghezza. Si disinteressa a me quando la sua avversaria, agitando il manico della racchetta, mormora qualcosa che evidentemente voglio confondere per latino, ma probabilmente è semplicemente spagnolo.

Prendo lo smartphone e lo metto in vista. Quando il boccino-volano ricasca a terra chiedo se posso scattare, e loro due poco interessate dicono qualcosa che verosimilmente significa sì. Quasi subito però esce da una porticina un tipo grande scapigliato e barbuto, che a fatica tiene al guinzaglio un cagnone. Interrompe la partita giusto il tempo di passare tra le giocatrici. Mi passa a fianco. A questo punto Conte Rosso potrebbe essere Diagon Alley, per quel che ne so. La fermata della metro era la solita, comunque, e in stazione non sono passato da binari che avessero un “mezzo” dopo il numero.

Mi sono perso qualcosa perché le ragazze hanno appoggiato le racchette e tirato fuori delle scope. Stan pulendo il vialetto, che in effetti si è riempito di fili d’erba.

– Sennò il direttore di arrabbia.

Non si chiama Silente, vero?

– No. Però ha la barba.

Ok. Saluto e vado a scuola. Che non è Hogwarts, naturalmente.

Mi viene in mente che uno pensa all’ispirazione come a qualcosa di impalpabile. Di divino. Di lisergico, al limite. Invece basta uscire di casa. Passeggiare. Lavorare a Lambrate, magari.

E naturalmente arrivare in anticipo.

La vita di un puntuale cronico ha un sacco di magia inespressa.