Palco del concerto dei Kiss

I was made for il concerto dei Kiss

Giusto per dire che dall’ippodromo di San Siro è passato l’ultimo tour mondiale dei Kiss. E io c’ero.

Paul Stanley durante il concerto dei Kiss

Questi hanno settant’anni e fanno come quando ne avevano venti. Il trucco aiuta, ma mi sa che il toccasana è il rock’n’roll.
Dalle otto, quando siamo arrivati all’Ippodromo, c’erano anziani giovani e adulti armati di pennelli e pennarelloni, che si impiastravano la faccia da Vampiro, da Gatto, da Uomo_dello_Spazio. E ovviamente da Figlio_delle_Stelle, ovvero da Paul Stanley. Se quelli che porta sono i suoi capelli, io sono il padrone dello Psyco-Circus.

Il concerto dei Kiss è la summa di tutto quanto di tamarro ha attraversato il mondo del rock -e del metal- degli ultimi quarant’anni. Effetti pirotecnici. Costumi vagamente sadomaso. Un po’ di satanismo pret-a-porter. Sangue finto. Piattaforme volanti. Riff distorti e cavalcate di basso. La cosa rincuorante è che questa stratificazione di simboli più o meno mitologici catalizza il gusto sudato dei metallari di tutte le età e diventa il brodo di coltura per una intergenerazionalità di rimasti bambini. Davanti a I was made for lovin’ you io, i miei vicini diciottenni e il sessantenne abbronzato dietro di me eravamo tutti, egualmente, lupi scatenati nell’atto di ululare. E quando si è trattato di urlare Lick it Up, ci siamo tutti felicemente sgolati. All’acquisto della maglia di rito -per intenderci: la solita ladrata a cui ci si concede per puro amor di future memorie- un ragazzino si lamentava che questa fosse l’ultima tourné e un signore pittato gli raccontava del tour del ’76.

Che poi il concerto dei Kiss anche a me ne ha fatti venire in mente altri. Decine di altri. I nostri. Di quando, vent’anni cantati male, ci si preparava sei mesi per suonare tre pezzi al Palazzetto dello Sport del paese.

...La serata al Palazzetto delle Sport, che di solito ci giocano a basket i ragazzini e a pallavolo le ragazze e i ragazzi dell’ITIS, è la più importante dell’anno. Puoi fare concerti pagati a birre nei locali tra Melzo e Trecella. Puoi suonare alle Feste dell’Unità a Fara o a Cassano. Se sei bravo e hai fatto in tempo a registrarti una demo con un paio di pezzi in uno studio intasato di sudore, puoi persino finire a Milano. Nei localini sui navigli. Quelli lontani dalla Darsena, cioè. Un giovedì o un martedì, serate escluse dal circuito dei week end. Ma Milano, cazzo. Eppure la serata al Palazzetto è un’altra cosa […]
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