A cosa servono le statue a Milano. Genericamente.

L’ho chiesto a tre o quattro persone per bene, colte, in gamba. Si sono tutte incazzate.

la statua del Dito di Cattelan

L.O.V.E. di Cattelan

Ho scoperto di recente di riuscire a fare incazzare le persone con un niente. Purtroppo, esclusivamente quando non voglio farlo. Come superpotere mi sembra sia persino peggio di far ridere le persone quando sei incazzato tu. Vabbeh.

Tra le varie polemiche -tutte involontarie, per parte mia- seguite alla domanda a cosa servono le statue a Milano, oggi, molte sono dipese dal tempismo: “se certe domande le fai adesso, è per difendere Montanelli”. E, partendo da questo assunto, quasi tutte le posizioni che ho incontrato si sono concentrate più su Montanelli che sulle statue, argomentando quindi chi per la corrente del contesto storico chi per quella del fatto abominevole. Onestamente, riconosco che il tema non mi avrebbe interessato tanto senza la civile richiesta dei Sentinelli, e senza la violenta discussione che ha scatenato. Ma, altrettanto onestamente, mi sembra che la risposta alla domanda sia più importante della questione da cui è partita.

Le risposte che seguono sono più che altro una mia estrapolazione dalle prese di posizione e dagli articoli citati, inviati e ripostati che ho ricevuto. Tutte le considerazioni collegate non sono e non potrebbero essere uno studio scientifico -non ho mica sentito un campione rappresentativo della cittadinanza- ma solo un tentativo di rendere giustizia a chi ha più o meno tranquillamente voluto spiegarmi la propria opinione. Ciascuna risposta è legittima e ha almeno un sostenitore tra le mie conoscenze. Non penso che ce ne sia una migliore delle altre, ma ovviamente portano a conclusioni differenti, e una di queste conclusioni è la mia.

Le risposte (e cosa ne penso)

1- Le statue servono a celebrare chi ci è rappresentato

Questa è stata la prima risposta di quasi tutti coloro con cui mi sono confrontato. Se intitoli una statua a qualcuno stai dichiarando che, per la società tutta, quel qualcuno sia degno di essere lodato e celebrato. Sia un esempio e/o una guida. Un po’ come le statue di Saddam Hussein -spesso citate da chi dà questa risposta- o di Kim Jong-un. Chi la pensa così, generalmente si sente personalmente offeso da una statua che rappresenti qualcuno che ha compiuto azioni che urtano la sua sensibilità, o la sensibilità di chi gli sta vicino. Chi ha questa posizione sostiene quindi che, cambiando le sensibilità morali, allo stesso modo dovrebbero cambiare le statue sparse per le città. E, nella migliore delle ipotesi, che le statue dei personaggi “ri-valutati” dovrebbero essere tolte dalla strade e messe in un museo, dove, eventualmente, sarebbero collocate nel giusto contesto. Cioè lontano da luoghi in cui tutti possono vederle anche solo per caso, e spogliate di quell’aura di “pubblico encomio” che diventa intollerabile per chi conosce gli errori e gli orrori di un dato personaggio.
Mi sembra una risposta che va benissimo in un regime, ma che non calza molto con la società in cui viviamo, in generale, e con la città di Milano, in particolare. Innanzitutto perché, come ha scritto qualcuno in queste settimane, la nostra società non dovrebbe cercare i propri miti tra le persone, ché sono tutte imperfette; secondo perché in una società così polarizzata come la nostra è praticamente impossibile trovare qualcuno che risulti essere universalmente riconosciuto come passibile di encomio. Non Che Guevara. Non Ghandi. Neppure Sant’Agostino, che pare sia stato uno sporcaccione in gioventù. Forse sappiamo troppo; forse non abbiamo la capacità di soppesare criticamente cosa conta e cosa no; forse ci sentiamo in imbarazzo a prendere posizione quando qualcun altro lo ha già fatto con forza e maggiore trasporto personale. Sia come sia, le persone sono complesse, tutte, e quindi divisive, tutte. Impossibile ridurre una vita a un solo atto, buono o cattivo che sia.

Temo sinceramente che, a malincuore, se tutti la pensassimo così sulle statue, allora coerentemente dovremmo rimuovere dalle strade tutte quelle che rappresentano un personaggio storico. Tutte, proprio perché tutti gli essere umani sono potenzialmente encomiabili, ma nessuno lo è attualmente. Almeno oggi.

2- Le statue servono a promuovere idee 

Il termine “promuovere” è usato tanto nel senso di far conoscere che in quello di supportare. Non è il soggetto della statua che conta, ma il modo in cui la statua stessa richiama o si collega a un’idea, un’ideologia, un movimento. E, di conseguenza, a un insieme di valori. O un culto. Perché, sia detto per inciso, la maggior parte delle statue milanesi sono a tema sacro.
Chi segue questa linea di pensiero, giustamente si preoccupa del valore simbolico di un monumento. Non voglio/voglio fortemente che mia figlia/figlio cresca in un mondo che professa quei valori. Legittimo. Chiaramente però non tutti gli schieramenti sono uguali: i valori democratici dovrebbero essere trasversali. Ma in quel “dovrebbero”, purtroppo, si celano terribili insidie, visto che neppure riusciamo a metterci d’accordo sul fatto di regolarizzare e garantire condizioni di lavoro dignitose a tutti. E non mi riferisco solo agli stagionali in Calabria: in modi e in formule diverse, il medesimo problema ce l’hanno anche i freelance milanesi. E, con modi e formule diverse, tutte e due le questioni dovrebbero egualmente essere affrontate e risolte. Mi piacerebbe vedere a Milano una statua dedicata al Copywriter Anonimo, ma francamente credo che non la capirebbe quasi nessuno, e probabilmente molti si lamenterebbero di non averne una per la propria categoria professionale. Perché, a seguire questo pensiero, in un amen si torna alla fattispecie del punto precedente, ovvero alla polarizzazione e ai distinguo e alle rivalutazioni a distanza di tempo. Anzi: c’è un elemento confusivo in più: non è mica detto che un simbolo sia intellegibile da tutti.

Statua di Mirò

“Mere Ubu”, di Mirò

Nè da chi lo traccia, né da chi lo decodifica. Il dito medio dell’opera di Cattelan che svetta in piazza della Borsa, ad esempio, lo vede mia madre e pensa “che schifo”, anche se magari per educazione dice “non lo capisco”. Così i fotomontaggi che mi è capitato di adocchiare, che accostavano una specie di Peter-pan a questa benedetta statua di Montanelli, a me son sembrati non una provocazione, ma una promozione di quell’abominio che è la pedofilia.

Penso che come cittadini ed esseri umani abbiamo molto bisogno di simboli, cioè di promuovere idee e, perché no, anche ideologie. Ma prima di poterceli permettere sulle strade e nella piazze pubbliche dovremmo essere sicuri che sia possibile interpretarli correttamente. Quindi per prima cosa lavoriamo sulla capacità di lettura del mondo che, a guardare i social media, mi pare non se la passi troppo bene.

3- Le statue servono a ricordare la Storia (anche a chi non sa leggerla)

A onor del vero questa risposta è venuta fuori parlando civilmente, senza polemiche. Poi però ha avuto la sua coda di mezzi insulti e piccate ritorsioni, più che altro -credo- per l’interpretazione divergente delle “fonti nobili” che riporterò tra poco. Quindi, da un punto di vista puramente conflittuale, conta quanto le altre.
Chi segue questa idea -e io sono tra questi- pensa che una statua serva, sia servita e servirà a raccontare una storia. E, magari, la Storia. Un’interpretazione un po’ medievale, me ne rendo conto. E forse persino clericale. Eppure attuale. Perché è vero che l’analfabetismo funzionale non solo esiste, ma è in aumento. Ed è vero che tra trent’anni, alla velocità con cui sta cambiando la società dalla fine dei Novanta, probabilmente nessuno saprà interpretare il passato come ci picchiamo di saper fare noi. E allora le statue, tutte le statue, e soprattutto le statue nei luoghi pubblici, sotto cui si passeggia o si prende il sole, saranno le sentinelle di quei trascorsi che inevitabilmente dimenticheremo. Lo spunto per un candido E quello chi è?, che magari sfocerà in una ricerca, e in un interesse, e in altre domande. Insomma, come succede nelle storie, le statue potranno essere un incipit, a cui far seguire uno svolgimento e, forse, la conclusione di una nuova idea o, almeno, di una opinione.

Ma in fondo la memoria è anche scegliere tra cosa ricordare e cosa obliare, dicono alcuni di coloro che condividono l’impianto di questa risposta, ma non poi le conclusioni. Lo dicono citando un discorso di Eco, nel quale la nobile fonte parlava dei classici della letteratura che si studiano a scuola, citando a sua volta un classico racconto di Borges. E lo dicono sottintendendo che, così come abbattere la statua di un dittatore significa liberarsi dalla dittatura, allo stesso modo abbattere i monumenti a valori o soggetti ormai superati significa cancellarne l’esistenza.

Purtroppo neppure Umberto Eco la pensava proprio così: spesso, negli ultimi anni di vita, ha parlato dei suoi timori per una generazione senza passato. La questione aperta con il passato è che non si può cancellare come in un romanzo distopico: al massimo lo si può nascondere sotto il tappeto. Ma, quando è troppo ingombrante, il passato finisce per fare la gobba, ci si inciampa e tocca di tirarlo fuori, di solito più problematico di prima.

A me piacerebbe che a Umberto Eco facessero una statua a Milano, in qualche giardino, che ci ricordasse quello che ha detto e che ha scritto. Tutto, dall’inizio alla fine. E mi piacerebbe ci fosse una statua per ricordare ai futuri me che siamo stati schiavisti, che siamo stati ladri, che siamo stati fascisti. E che abbiamo fatto grandi cose nella medicina, nell’arte, nel diritto. E che siamo stati meschini, e stupidi, e ignoranti. Mi piacerebbe che le statue raccontassero, o promettessero di raccontare, a chi avrà poca voglia o scarsa possibilità di leggere, tutto quello che già abbiamo fatto come esseri umani, come umanità, come cittadini. Soprattutto le cose peggiori. In modo, se non altro, da farci fare sbagli nuovi, e migliori, in futuro. A noi cittadini, umanità, esseri umani.
Tra trent’anni, come tra cento o duecento. Perché questa è l’altra cosa peculiare delle statue, o almeno di quelle che finiscono nelle piazze: le statue, se non le buttano giù, durano. Durano tanto. Più della memoria.

 

 

Post scriptum: nessuno, in queste discussioni, ha parlato del valore artistico delle statue. Non credo dipenda dalla mancanza di coscienza sul tema. Semplicemente, la polemica ha indirizzato diversamente le parole.

Viva gli scultori.