Duomo e BigBen

Milano-Londra: dal Duomo al Sandrone

A Milano il Big Ben lo chiameremmo il Sandrone.

Duomo e BigBen

Almeno se ti piace credere, come a me, che il nomignolo della torre dell’orologio per eccellenza derivi dal pugile Benjamin Caunt. Per trovare un equivalente milanese bisogna arrivare a Sandro Lopopolo, nato qualche decennio dopo Benjamin. Era appunto un pugile, e anche se non era un peso massimo aveva tutte le caratteristiche necessarie per finire nell’immaginario meneghino: amava la città e menava col coer in man. Non letteralmente, immagino.

Certo: Milano non è Londra. Bisogna riconoscere che La Rinascente non è come Harrods, che la Ghisolfa non è il London Bridge, che Loreto non fa il paio con Piccadilly. Però c’è una cosa che accomuna due città così, al di là di latitudine, storia e lingua: le periferie.

“Bella scoperta – dici giustamente – le periferie sono le stesse da tutte le parti!”. E in effetti non serve mica scomodare le capitali, su questo punto: tutti i grandi centri, e i medi centri, e persino i piccoli centri, per il fatto stesso di essere al centro si creano attorno una periferia. Uno spazio che quasi sempre si definisce come l’essere al margine di qualcos’altro. Un confine tra la civiltà, la vita, la cultura e… beh, tutto il resto. Essendo nato, cresciuto e fermentato in provincia, nella giargianissima Martesana, a questo stare sulla soglia mi sento chimicamente connesso.

Una delle cose belle della provincia è che un sacco di persone ci sono nate e cresciute. E che evidentemente la provincia di Milano, a nascerci, non è poi così diversa da quella di Londra. Io l’ho capito leggendo Il Budda delle periferie di Hanif Kureishi.

Harif Kureishi

Te lo scrivo perché non averlo letto prima è appena diventato un mio rimpianto di tarda adolescenza e prima gioventù. Credo che se lo avessi avuto tra le mani prima sarei stato più a mio agio alle apericene; più a mio agio con le ragazze-che-avrei-amato-se-ci-avessi-parlato; più a mio agio con quelli-che-hanno-successo. Credo, in generale, che sarei stato un po’ meno legato. Forse non sarebbe stato come essere liberi, ma di certo avrebbe aiutato le mie relazioni.

Forse lo dico sulla schiuma del retrogusto amaro che lascia un buon romanzo quando finisce, ma Eva con la sua operosa ricerca, Charlie a cui non può che andare bene, Eleanor che sa far distinguere amore da venerazione e da ricordo, sono davvero archetipi della vita ai margini. E, come tutti gli archetipi, servono per costruire le personalità
Ok, da noi si chiamerebbero Signora Anna, Bernardo e Fulvia, ma fa davvero differenza? Il Sandrone, se mai ne faremo uno, alle mie orecchie suonerà proprio come il Big Ben.